Brocabruno, ovvero del gusto

 

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Brocabruno: Certo rendomi ben conto d’essermi morto alfine, se non ingannanomi ancora questa aria caliginosa, e quel vecchio che sulla zattera pestasi e bastonasi col remo le anime dannate,  e quel cane trifronte che ululasi e ringhiasi e sbraitasi e che grazie a Zeus gli è trattenuto da catene a quello sperone di roccia. Ma mi sono sicuro che non si è questa la mia strada, la mia, che mi sono sempre stato così giusto e virtuoso, e che presto dovrà certo venirmi un qualche messo degli déi a prendermi e a condurmi alle loro dimore sul monte Olimpo. Non che mi sia un chissà qual gran fastidio attendermi ancora un poco, però piacerebbemi almeno avere qui un tavolinetto, con dei foglietti, e una pennetta qualsiasi, per passarmi un po’ il tempo e abbozzarmi magari uno di quegli articoli sferzanti, o una di quelle stroncature al fulmicotone che tanto divertivami scrivermi quando ero là su tra i mortali. Eh, chissà cosa staranno scrivendosi ora i giornali di me, e chissà come staranno ridendosi quegli autorucoli che non si sanno neanche tenersi in mano una penna e che credonsi di poter scriversi chissà quali epocali romanzi. Spiace solo pensarmi che ora quei caproni di bocca buona, che leggonsi tutto di tutti senza alcun discernimento, si ritrovino senza pastore, e chissà su quali libracci si svuoteranno il loro portafogli, ancor di più di quanto non si hanno fatto finora…

Raziocinante: Scusami, ti sei tu il buon Brocabruno?

B: Sì, mi sono qui, chi mi vuole?

R: Chiamomi Raziocinante: Apollo mi ti manda per condurti alla nostra dimora.

B: Oh, finalmente vi siete passati a prendermi. Certo ora vi mi porterete a banchettarmi con gli déi e a sorbirmi la dolcezza dell’ambrosia. Cosa si è successo, un errore con le spedizioni?

R: Veramente, oh caro, nessuno qui si può salire fino alla corte degli déi. Un tempo ogni disperato si beccasse una freccia nel polpaccio si aveva abbastanza gloria da poter assurgersi a simili altezze; ma con le catastrofi che tu ben sai, ci si è resi conto tutti che non ci è alcuna gloria al mondo, e così ora i cancelli d’Olimpo si sono definitivamente chiusi, e tutte le anime devono accontentarsi di trovarsi un posticino confortevole qui nell’ade. Per le anime che si vogliono farvi un giro si è richiesta una prenotazione con congruo anticipo.

B: Come? Niente Olimpo? Ma dunque, oh Raziocinante, che da quanto mi ti vedo, dal tuo sguardo tagliente e dalla tua fronte ambia, certo ti devi essere uomo saggio, a che luogo ha destinatomi il fato?

R: Mi potrei anche parlartene, ma seguimi, piuttosto, orsù, ché si è qua vicino.

B: Io mi ti seguo, ma, dimmi, oh Raziocinante, perché andiamoci in direzione opposta a quelle anime che, se mi vedo bene da questa distanza, stanno navigandosi oltre l’Acheronte?

R: Oh, lasciateli stare, quelli si sono cristiani: si credono negli inferi, e gli déi se li hanno ben dovuti accontentare.

B:  Quindi mi ti dici, se ben mi capisco, che quella gente condannasi agli inferi?

R: Eh, ma vammele a capire te certe cose, oh giovine: Tagore si è voluto reincarnarsi in una tenia… Ma, prestami attenzione ora, carissimo, perché ci siamo arrivati al castello dove ci risiederemo per la porzione di eternità che ci rimane.

B: Certo, il castello degli spiriti magni, di cui giustamente mi faccio parte; o non ci è così?

R: Veramente no, si è una dimora che ci siamo costruiti noialtri non avendoci altro da fare per occuparci il tempo. Come questo, ti vedrai, ce ne sono altri, ma questo ci è nostro. E ora ti vieni, su, che faccioti fare un giro tra le nostre stanze. Ti vedi bene che non c’è la cucina, perché qui nell’ade noi non ci si ha più bisogno di mangiare; e, di conseguenza – tu mi capisci – non ci è il bagno. Non ci sono neanche camere da letto, perché noi anime si è sempre pienamente energiche e non si ha mai voglia di dormire, qui. In compenso ci abbiamo questa biblioteca, che su concessione di Apollo ci permette di passare l’eternità leggendoci e leggendoci ancora, e che ogn’ora aggiornasi con tutti i libri che si vengono scritti lì su nel mondo dei viventi e negli altri mondi ancora.

B: Oh, certo, una biblioteca che aggiornasi e aggiornasi ancora, nelle nostre università dei viventi ci sarebbe molto utile. Però, oh Raziocinante, anche se la vostra biblioteca si è molto grande e molto bella con questi stucchi colorati, e questi grandi tavoli, e i mappamondi, e tutti questi scaffali pieni di libri di ogni sorta, mi pare che la quantità non si sia buona compagna della quantità. Per esempio, qui, su questo scaffale mi vedo uno o due tre bei libri, come questo, che, come ti vedi, posso assicurare, avendomelo scritto io, modestamente; ma il resto, vero ciarpame, mi pare.

R: Ah sì, così ti dici? Be’, ti vedi, ragazzo mio, qui nell’ade non si fanno cernite o classifiche: tutto ciò che scrivesi, si appare nella nostra libreria, indipendentemente dal pensiero che si possa averne.

B: Ma come, dunque? Una libreria dell’oltremondo non si dovrebbe contenere solo i libri i più sacri e belli e appassionanti e istruttivi e insomma degni di entrarsi tra queste sacre mura?

R: Sì, ma dimmi te, oh giovanotto, tu che so esserti stato ritenuto in vita così esperto in queste cose, come ci dovremmo fare, noi, per deciderci quali si sono tra questi i libri i più degni? Perché, ti sai, noi qua non lo ci sappiamo.

B: Davvero? I personaggi profondi, la trama significativa, la perfezione della struttura, il ritmo, l’eleganza dello stile, non si sono forse qui criteri validi?

R: Ma no, ragazzo. Ora, mi ti ascolta bene… Non ci è forse vero che ognuno di noi si sente ciò che si sente perché Prometeo, nel formarci con la creta i nostri corpi, ce li ha anche dotati di organi di senso?

B: Certo che ci è così, oh Raziocinante.

R: E non ci è forse vero che ognuno di noi ci ha organi formatisi in modo leggermente diverso, di modo che, stimolatisi dallo stesso oggetto, in ognuno ci causi sensazioni diverse?

B: Si è sicuramente vero anche questo.

R: E dunque come ci possiamo noi individuarci qualcosa che ci vada bene per tutte le anime che qui dimorano, se ognuno di noi ci sente, avendoci organi formati diversamente, diversamente?

B: Voi, oh Raziocinante, vi siete certo uomo molto saggio, ma mi vedo bene che l’esservi giunto nella terra dei mortali prima del risveglio dal torpore della superstizione non vi ha permesso di riflettervi su questi problemi con la massima lucidità. Infatti, noi ora non ci vediamo forse entrambi questo soffitto, qui, sopra di noi?

R: Certo che ce lo vediamo, oh mio diletto.

B: E non ce lo vediamo forse entrambi, nonostante i nostri organi di senso si siano diversi nella forma, azzurro? E se io mi dicessi che è verde, e mi insistessi, non mi ci si prenderebbe forse per pazzo, o quantomeno malato, e malformato? Vi vedete bene, dunque, che lo stesso può dirsi per coloro che si credono che la Divina Commedia non si sia bella, o che si credono che si sia bello invece Fabio Volo; o non mi ho forse ragione?

R: Ma tu, oh ingenuo, ti hai certamente ragione per quel che si riguarda tutti questi fenomeni fisici e materiali che ci circondano, come si è vero che il legno di questa libraria si è vero legno e non metallo verniciato. Ma tu ti sbagli, invece, per quel che si riguarda quei fenomeni particolarissimi legati al bello e all’arte. Dunque, stammiti attento un attimo, perché mi ti spiegherò una cosa che apprendesi solo qui nell’oltretomba…

B: Mi ascoltovi, oh Raziocinante.

R: Ti devi sapere, dunque, che lì nell’iperuranio, dove si risiedono le eterne idee, Apollo si ha formato, affinché si sia possibile darsi piacere all’umanità tutta, degli spiriti, o meglio dei geni, che nelle loro tavolette cerate si registrano e si stilano liste di tutto ciò che si considerano bello e meritevole d’essersi considerato arte. Ora, ti devi sapere anche, oh diletto, che questi geni, tra loro simili ma tutti diversi, ci affiancano, uno ognuno, e ci suggeriscono di continuo che cosa ci dobbiamo pensare di una certa opera che ci vediamo, o di un certo libro, e via così. Questi geni, ecco, si hanno, per noi spiriti che ce li vediamo, l’aspetto di grossi cani, e per questo qui ce li chiamiamo canoni.

B: Certo tu ben ti parli, ma, oh saggio, se davvero si esistono questi geni di cui tu mi ti parli, e ci suggeriscono cosa ci dobbiamo considerare bello e cosa no, perché mai Apollo se li avrebbe creati, e non ci ha lasciata la libertà di deciderci cosa ci pare bello a noi?

R: Eh, domanda legittima: ma Apollo non ci toglie alcuna libertà, perché nessun giudizio ci è possibile al di fuori dei suggerimenti dei canoni.

B: Nessun giudizio?

R: No, perché se non ci fossero loro, noi non ci avremmo che il nostro corpo e i nostri organi di senso, che si percepiscono tutto senza giudicarsi né farsi scale. Se infatti il canone non ci suggerisse una lista di cose da ritenersi belle e pregevoli, come ti potresti tu fare una scala, non avendoti alcun criterio logico su cui basarti, e se la simmetria si valesse quanto l’asimmetria, e il blu quanto il rosso, e la linea dritta quanto la linea curva, e se, infine, ognuno si ricavasse piacere da ciò che a lui si pare?

B: Mh, proprio non mi saprei; certo la cosa si richiederà ulteriori riflessioni… Ma dunque, oh Raziocinante, vi volete dirmi che a voi, o a qualcun altro che voi vi conoscete, non gli si piace Joyce?

R: Certo che piacemi, si piace a tutti qui nell’ade.

B: Allora, oh Raziocinante, noi ci avevamo detto che questi canoni che ci suggeriscono cosa provarci si sono simili ma tutti diversi… gli è ancora così, o vi avete già mutata l’opinione?

R: Gli è così assolutamente, oh diletto: qui nell’ade nulla si cambia mai, perché ci abbiamo solo l’essenziale, cioè tutto.

B: Ma dunque se qui ci siamo tutti d’accordo nel riconoscere la bellezza di Joyce, vuol forse dirci questo che ci abbiamo tutti lo stesso canone a suggerirci qui? Non vi avevate forse detto, invece, che ce ne abbiamo uno ognuno?

R: Ti vedi, oh carissimo, gli è che i canoni si sono abbastanza simili da avvicinarsi e formarsi gruppi. Quando te li vedrai, tra poco, ti noterai che molti di questi canoni si sono tutti simili tra loro, e si formano grandi gruppi, e standosi vicini si assimilano a tal punto da essersi considerati quasi lo stesso canone: e così ce li chiameremo, nel loro insieme, il canone della massa. Altri invece ti parranno più bislacchi, e si formeranno solo piccoli gruppi e starannosi per conto loro: anche questi, nel loro piccolo gruppo, si sembrano uno, e ci possiamo dire che si sono i canoni delle nicchie.

B: Si assimilano, dunque? Ma se così sicuro ti sei di queste teorie, oh Raziocinante, tu dimmi: perché, esattamente, chi si va con lo zoppo si impara a zoppicare, eh?

R: La tua domanda si è semplice, oh giovine, ma non lo si è la risposta. Immaginati dunque, così, per nostra necessità di semplificazione, che dentro questo nostro castello vi sia una stanza completamente blu, dove si sono blu le pareti e il soffitto, si è blu il tavolo, si sono blu le fiamme che ardono nel caminetto, e così via. Immaginati poi di crescerti un fanciullo, di sangue blu certo, in questa stanza, senza mai permettergli di uscirsi, né di vedersi altro colore. Ti devi sapere ora che accanto a questa stanza tutta blu ce ne è una tutta rossa, dove si è rosso il tavolo, si sono rosse le sedie, e si sono rossi anche il cielo e i campi che si vedono dalle finestre.

B: Certo vi avete strane stanze qui nelle case dell’oltremondo, ma mi immagino già vi debba essere duro trovarvi il modo di passarvi tutto questo tempo libero.

R: Immaginati ora di permettergli, una volta che il fanciullo si abbia raggiunto l’età della ragione, di passarsi all’altra stanza. Certo si aspetterà di trovarsela blu anch’essa; o non te lo credi?

B: Certo che me lo credo, oh Raziocinante: se non si ha visto altro colore, e anche le persone che se lo fossero andate a trovare si fossero state interamente blu, e così si fosse anche il suo stesso corpo, davvero non mi capisco come si potrebbe concepire altro colore.

R: E allora certo, vedendosi questo nuovo colore così, d’improvviso, dovrà rimanernsi deluso, e averne fastidio; o no?

B: Gli è così senza dubbio.

R: Mentre se se l’avesse trovata blu, non si avrebbe avuto fastidio, e se l’avrebbe apprezzata, dunque?

B: Ciò che ti dici gli è assolutamente vero.

R: Immaginati però che in questa stanza tutta rossa vi si sia un altro uomo, tutto rosso; e immaginati anche che i precettori di questo fanciullo, in passato, abbiano vagheggiatogli la presenza di un altro colore, dettosi appunto rosso, e che gliene abbiano parlatogli sempre bene. Ora immaginati se tutte queste persone gli dicessero che l’uomo in rosso gli è Apollo in persona, e che gli è infallibile, e che deve credergli a tutto ciò che gli dirà. Mi segui?

B: Mi ti seguo, oh Raziocinante, continua pure.

R: Immaginati dunque che quest’uomo rosso, cioè l’attore che si interpreta Apollo – ché certo Apollo non muoverebbesi per queste cose -, dicagli che il rosso si è il re di colori, e che nessun colore si è più piacevole del rosso, e che solo il rosso si merita di essere ammirato, come se lo ammira lui. Non ti pensi dunque che questo fanciullo, desideroso d’assomigliarsi ai suoi precettori, e atterritosi dall’immensa autorità d’Apollo, e credendosi necessariamente vero ciò che questi gli esprimono, alla fine si convincerà a condividersi il loro gusto, e anche lui, quindi, si giudicherà il rosso come il più bello di tutti i colori?

B: In questo, non ci è dubbio che ciò si sia vero, oh Raziocinante. Però, permettimi di dirti, oh saggio, che non mi ho ben capito dove tu ti voglia andare a pararti con queste bislaccherie.

R: Ebbene, adesso ci chiariamo: perché anche il nostro canone, che come tutte le menti si fa influenzare da ciò che con te si vive, si varia i suoi giudizi in questo modo; e così, alla fine, il gusto di quel fanciullo si sarà la somma di ciò che si è stato abituato a vedere, e da ciò che hanno dettogli i precettori a cui vuole assomigliarsi, e da ciò che ha dettogli l’autorità di Apollo; e così, allo stesso modo, il tuo giudizio su ciò che ti vedi si dipenderà dalla tua aspettativa indotta socialmente, e dal desiderio di appartenenza alle cerchie che più stimi, e dalla stima che ti devi nutrire davanti all’autorità.

B: Ora mi capisco la tua visione, oh Raziocinante, e sembrami essersi lineare e corretta a sentirmelasi così; ma, permettimi di chiedermiti dunque: se davvero così si fosse, perché ci esistiamo allora noi critici estimatori d’arte, il cui lavoro si è ammirato e stimato da tutti, e da tutti giudicatosi come essenziale, là su sul pianeta dal quale io e te ci veniamo?

R: Ma perché, oh carissimo, là su, sulla Terra, le genti non si sono ancora illuminate: ti vedi bene tu stesso che al di fuori del nostro canone, come ci abbiamo già detto, non ci è possibile emetterci giudizi; ma ognuno di noi, come già ci abbiamo accertato, ci ha un canone diverso, e ci è impossibile conoscerci il canone altrui: ti vedi bene da te, dunque, poiché mi confido nelle tue capacità di deduzione, oh diletto, che non si è possibile emettere un giudizio che non si sia personale, perché ognuno ci giudica col suo canone, e non si può conoscere il canone altrui.

B: E gli artisti, allora? Come si dovrebbero creare?

R: Eh, gli artisti, oh dilettissimo, mi paiono così insensati e difficili da capire! Ma per chi si vuole esserlo, ci sono varie strade da percorrersi, che ti puoi facilmente dedurti: infatti ci si può sforzare di comprendersi il canone della massa, e crearsi per lui; oppure scegliersi un canone di nicchia, e crearsi per lui; o, ancora, si può scegliere di soddisfarsi l’unico canone completamente conoscibile, cioè il proprio: eh, quest’ultima via, sembrasi facile, ma come si sono pochi quelli che si capiscono perché il loro canone gli consiglia loro ciò che gli consiglia, come sono pochi quelli che si capiscono perché si piace loro ciò che si piace! Conosci te stesso, ci dicevamo, non a caso.

B: Tutto ciò che ti dici si è molto logico e di scientifica correttezza, oh Raziocinante: ma tu ti parli così perché qui nell’ade ci abbiamo un tempo infinito che non ci sappiamo come occupare, e ci possiamo passare l’eternità a leggerci tutti questi infiniti volumi infinite volte; ma non ti ricordi, forse, come ci pressava il tempo, e come ci era vicina la morte là su nel mondo dei vivi? Come si possono loro scegliere cosa leggersi, oh Raziocinante, non potendo leggersi che una piccola parte di ciò che gli si offre? Non ci serviamo forse a questo, noi critici?

R: Uhm… Sì, questo me te lo concedo. Se si vuole leggere, lì, nell’altro mondo mi dico, si è necessario affidarsi ai consigli. E chi si consiglia, si farà bene a non giudicare ascoltandosi il proprio canone, ché non si sarebbe utile a nessuno, e cercare di ascoltarsi quello a cui si rivolge; oppure, nel caso, si dovrebbe sforzare di spiegarsi agli altri canoni come si legge il proprio, cosicché anche gli altri possano adattarsi e provarsi ciò che lui gli promette. E anche chi si crea, si guardi bene dal chiedersi il giudizio altrui: mi ti capisci bene che si è inutile, visto che non si sa con che canone lo si giudicheranno, e se si è il canone che si sta seguendo lui, né gli altri si possono sapere che canone si sta seguendo; o non te la pensi forse anche tu così?

B: Mh. Queste cose che tu mi ti dici certo si sono ancora inaudite, là su in Terra. Credo si sia dunque il caso, rendendomi conto solo ora che mi son morto della loro verità, che mi metta subito a scrivermi un’epistola per farsi note queste nozioni ai colleghi che mi sono lasciato là in vita, se per grazia d’Ade Apollo, nel suo giro, si potrà portarla su al mondo vivente.

R: Eh, davvero non mi so se si potrà, oh diletto; ma le cose mi paiono comunque procedere bene: mi pare, cioè, che i tuoi dubbi si siano alfine diradati. Mi ti lascio dunque qua ai tuoi lavori, e scriviti e leggiti pure tutto quello che ti vuoi per quanto tempo ti vorrai: ora che ti sei morto puoi permettertelo.

B: E voi, dove vi state andando?

R: Io? Io mi vado con gli altri nella sala con l’Xbox. Quando ti annoierai raggiungici pure.


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