Nel parco della rimembranza

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                                                                             A  K.V., al nostro tempo perduto

«Amore, mi dai un bacio?»
“Non me la sento…”
«E sederti sulle mie gambe, ti va?»
“No.”
«Allora poggia la testa sulla mia spalla.»
“Occhei.”
Il pino umido e ghiacciato della panchina crepita, l’inchiodatura allentata delle assi pigola. La seta e il fustagno sfrigolano l’una sull’altro al contatto dei fianchi e delle cosce, chiedendo tepore.
«Vieni qui, stammi vicina. Fa tanto freddo… Vieni, poggio la testa sulla tua, e ti carezzo i capelli. Lasciami giocare un poco con le tue ciocche, per favore.»
“Va bene.”
«Le punte delle tue ciocche, ho tanta voglia di morderle. Posso?»
“No.”
Alle spalle, il cuore del parco trema nel vento. Gli aghi imbrinati fremono sui rami secchi e intirizziti, e tra le fronde impallidite dei nocciòli i merli si stringono nei nidi come tizzoni nell’alare.
«Ho tanto freddo, amore. Ho le dita congelate.»
“Anch’io.”
«Prendi la mia mano tra le tue. Ci scalderemo.»
“Va bene.”
«Stai tremando.»
“Già.”
Davanti, solcato dagli stridi dei gabbiani, il mare pulsa in calmi sciaguattii. Un sole di ghiaccio, bianchissimo, cala tra i flutti, dietro il velo azzurro della nebbia. All’orizzonte, come fantasma una nave scivola senza rumore; nel parco, poche anime ghiacciate passano senza respirare.
«Amore, vorrei tanto che questo istante durasse per sempre.»
“Anch’io.”
«Sarà dura, sai? Tanto dura.»
“Lo so.”
«È terribile. Come farò ora, senza di te?»
“Boh.”
«Mi mancherà tutto questo.»
“Anche a me.”
«Siamo stati tanto bene assieme, vero?»
“Tanto tanto.”
«Ma ti ho anche fatto del male.»
“Sì, tanto.”
«Mi devi scusare, non sono riuscito a darti ciò di cui avevi bisogno. Mi dispiace.»
“Anche a me.”
«Non tremi più adesso. Hai le mani calde.»
“Già.”
«Ora me lo dai un bacio?»
“Andiamo via. Ho tanto freddo dentro.”

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