È quasi notte

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Gabriele, la camicia bianchissima sotto il cappotto, sale le scale esterne della casa. Fa già freddo, d’ottobre: il cielo è una coperta di piombo, e gli alberi sulla strada mostrano tra le poche foglie le braccia rachitiche. Arrivato al pianerottolo, Gabriele suona il campanello: il classico plin plon, roba che non va mai in pensione – ma non succede niente, non apre nessuno. Fa qualche passo avanti e indietro per riscaldarsi, quando mezzo volto compare tra le tende della finestra: “Cosa vuoi?”

Salve, lei legge la Bibbia?
“Sono io, nonna!”

“Ah!”
Un secondo dopo si sentono rientrare tutte le cinque mandate della serratura, e la porta si apre.
“Ciao, nonna.”
E la nonna, magra con un trucco da pagliaccio e i capelli rossicci cotonati, gli getta le braccia al collo. “Oh, ti stavo aspettando.” Gli orecchini le tintinnano, e le tintinnano pure le pietrone degli anelli. “Tanti auguri, sai? Stavo facendo il caffè, in cucina non si sente, è tanto che aspetti? Questa mattina è venuta la Redenta e abbiamo preso dei frutti grossi come, ti dico, come televisori, al mercato, poi avevo Beautiful, e li dovevo ancora lavare, così mi sono presa così tardi che; ma su, vieni dentro, che incomincia a far freddo.”
Gabriele entra, e mette il cappotto sull’appendiabiti, mentre la nonna fila subito in cucina. “Aspetta che finisco il caffè.” dice “Ho già la caffettiera sul fuoco, ci vuole un attimo. Be’, mi dici com’è andata? No, aspetta, vengo di là così parliamo con calma, ci metto un secondo col caffè. Ne vuoi uno anche tu?”
“No, non mi piace.”
“No? Che vuoi? Del tè? Mi sa che è finito, sai che mi muove. Poi non lo beve mai nessuno, Federico beve acqua e orzo e basta, e poi; no, aspetta, aspetta, mi sono rimaste tre bustine. È, che è sta roba?, è tè al mango, ti va bene?”
“Mango?” In fondo, basta che non sia scaduto. “Va bene, grazie.” Si mette davanti allo specchio. Delle ciocche si sono ribellate alla piega: si passa le mani tra i capelli, ecco, così va meglio. La camicia? Meglio un bottone aperto in più? No, è volgare, poi fa freddo, e gli sta meglio così.
“Occhei, è pronto qui. Ora ti faccio il tè, eh. Quanto zucchero? Ti porto direttamente la zuccheriera, che facciamo prima. Vuoi limone?”
“Tanto.”  Gabriele fa qualche passo in soggiorno, saggia la morbidezza dei tappeti con passi lenti. La casa è ancora più piena dell’altra volta, strabordante di ninnoli: il tavolino con le porcellane, il caminetto con le statue di Bernini, la spada alla parete, e i quadri pacchianissimi, e le lampade colle gocce di cristallo, e i poggiapiedi con le gambe a dragone… soffocante, ma bisognerà sopportarlo. “Io ti aspetto in salotto, va bene?”
Ma come lo dice “Eccoci” la nonna esce col vassoio “andiamo? Vieni, sediamoci.”
E vanno a sedersi in soggiorno, la nonna sulla poltrona , Gabriele sul divano; lei succhia il caffè con un sibilo, lui preme col cucchiaio la bustina nella teiera, e butta un pizzico di zucchero nella tazza vuota, sopra il limone. È bello quando lo zucchero diventa una poltiglia giallognola così. Chissà quanto ci metterà a diventare bevibile, quell’acqua. E poi guarda che roba, tutto l’orlo della tazza sporca, chissà chi ci ha bevuto.
“Be’?” gli fa la nonna.
Gabriele alza lo sguardo. “Mh? Eh, sì, aspetto che si raffreddi, non mi piace, sì, così caldo.”
“No, dico, com’è andata? Tutto bene?”
“Oh, sì sì!” Si mette dritto. “Tutto bene, ne sono tutti felici; è andato tutto bene.” e si versa il tè nella tazza.
“Mh, bene, allora. Come mai lei non c’è?”
“Sono due giorni che sta male, ha il raffreddore. Voleva rivederti, lei, ma le ho detto io che era meglio stare casa.”
”Ah, sì sì, son mali di stagione, è normale, non preoccuparti. Meglio non muoversi, comunque. Anche la Ornella si sposa il mese prossimo, sai?”
“Sì, me l’hanno detto.” Mescola un poco, e preme il limone con la punta del cucchiaio, poi lo solleva e lo appoggia sul piattino.
“Una così brava ragazza! Un amore proprio, quand’era piccola scavalcava sempre il recinto, quello qui di lato, sai, quello lì basso, no?, e veniva a mostrarmi le bambole che le comprava la Mariapia. Ogni tanto quando esco la becco ancora, ma ora va a vivere via, non so dove, Castelfranco, roba del genere, non ho capito. Che peccato, vero?”
Gabriele prende un sorso del tè: bollente, e sa di acqua sporca, bella roba. “Buono, grazie.”
Anche la nonna prende un altro po’ di caffè. “Che c’è, sei triste?”
“Io? No no, tutt’altro.”
“Non dici niente.”
“Cosa? Sulla Ornella? Non so, non la conosco bene.”
“E tu? Non mi hai raccontato niente.”
“Ti ho già detto l’importante al telefono. Che vuoi che ti dica? Siamo andati in comune, abbiamo-”
“Ma non siete andati in Chiesa?”
“No, te l’avevo detto, no? Guarda, ti dico davvero che mi sembrava ingiusto andare in Chiesa solo per abitudine.”
“Oh, fatto bene, ‘scolta me.” e si sorbisce l’ultima sorsata di caffè “Che poi vengono fuori di quei casini, tu non hai idea, tutti là, in mezzo alla piazza, tutti che vedono tutto, la chiesa fredda, gente che sviene… Guarda, se ripenso a quando ho sposato tuo nonno, maledetta me, un idiota avevo di fianco, un senza cervello era tuo nonno, mi rubava pure la pensione, il più grande errore in vita mia guarda.”
Un brivido gli percorre la schiena; chissà perché… “Vabbe’. Poi siamo andati a mangiare, e basta. Ah, ‘spetta, guarda.” Si alza, e sfila dalla tasca una scatoletta e un sacchettino bianchi. “Tieni, son venuto apposta per portartela, e di botta non mi dimenticavo.”
“Oh, che caro. Fammi vedere.” Lascia il sacchettino coi confetti sul tavolo e prende la scatoletta; ne scioglie il nastro, e la apre:  dentro c’è un spilla con un girasole sorridente, laccato, e attaccato all’ago un biglietto che dice solo Gabriele – Felicia 07.06.2013.
“Ti piace? È una sciocchezza, è quanto potevamo permetterci per tutti. Ma è carino, no?”
La nonna la solleva, la rigira tra le mani. “Oooh, ma che bellezza. Ma che bello, che caro, carinissimo. Perché, sai, per il battesimo della figlia della Giancarla mi hanno dato una bomboniera che è un portacandela a forma di girasole, uno di quelli della Thun, di quelli che costano, eccome se costano, mamma mia, e, insomma, ci sta bene, no? Sono comuni i girasoli come bomboniere, intendo, capisci.” Non le piace, ma non importa. “Quando mi sono sposata io, eh, chissà chi si ricorda a parte me, avevamo preso queste lampade con-“ plin plon, suonano alla porta. “Gesù, ma chi è?” Lascia la spilla sul tavolo e, facendo leva con le braccia sui braccioli, si alza. “E sì che non aspettavo nessuno, eh.” Scosta un poco la tenda, e spia con un solo occhio. “Chi è? Ah, sei  tu. Arrivo, arrivo subito. È Federico, ‘spetta che lo apro così ti fa gli auguri pure lui.”
La nonna va ad aprire la porta, ed entra un uomo tarchiato, la pelle bruciata, la barba di tre giorni. “Ciao mamma.” le dice.
“Tesoro, vieni qui.” e si scambiano un bacio sulla guancia. Dietro Federico entra anche una donna dai capelli sfibrati, e le sopracciglia discendenti che le danno un’aria disperata. “Oh, ci sei anche tu, cara.” La nonna la abbraccia, e si scambiano due baci. “Ho appena fatto il caffè, aspettate che prendo delle tazze anche per voi.”
“No, mamma,” le dice Federico “siamo appena venuti per un salto, non sta prenderci niente. ‘scolta, hai preso le medicine? Ho detto anche la preghiera di Don Beppino per farti ricordare, eh. Ti sei ricordata l’Acutil dopo pranzo?”
“Sì, sì, ho fatto tutto, pressione e tutto, ecco, stavo facendo il caffè adesso, ed ecco, guarda chi c’è, guarda.”
Ma che gioia, le soffocanti visite inaspettate… Gabriele prende un sorso di te (il fondo ha sempre un po’ più di sapore), e si alza. “Zio.” Dice.
E Federico gli va incontro. “Gabriele!” Si stringono la mano. “Auguri e felicitazioni amplissime. Questo giorno indelebile nei vostri cuori “
“Grazie, grazie.”
“No, ascoltami, zitto!” E lo tira verso di sé. “Questo giorno indelebile segna un percorso di vita insieme che, con l’aiuto di dio onnipotente, vi auguro sia vantaggioso per entrambi.”
Ci teneva troppo a sfruttare la frase imparata a memoria… “Grazie, ma è passata una settimana, non importa.” E di nuovo un brivido gli percorre la schiena.
Lo zio alza le spalle “Una settimana, e allora? Mai troppo tardi per fare i buoni auguri, su, su.”
Anche la zia si avvicina.
“Ciao, tutto bene?” le fa Gabriele.
“È questo il modo di salutare tua zia?” dice con un sorriso affilato. E Gabriele la abbraccia, e le dà un bacio sulla guancia, chiudendo il naso, per non sentire quella pelle da tabagista. “Ecco, così va bene. Auguroni, eh. In ritardo, ma vabbe’.”
La nonna intanto esce dalla cucina con due tazzine, i manici infilati nell’indice. “Venite, sediamoci tutti qui, c’è posto per tutti. Siediti tu sulla poltrona, che noi ci mettiamo sul divano. Ecco, guarda che bene.”
“Vabbe’, dai,” fa lo zio “visto che ci sei anche tu ci fermiamo un attimo.”
La zia si toglie il cappotto e lo mette su una sedia, lo zio gli mette il suo sopra, poi si accomodano, Gabriele sulla poltrona, gli altri sul divano.
“Ci dispiace non esserci potuti essere.” comincia lo zio “Non prenderla sul personale.“
“Ma no,” dice Gabriele “ma di cosa poi dovrei.“
“No no, fermo, davvero, ssh, lasciami finire. Perché devi capire che siamo entrati dalla guardia medica alle nove praticamente, e siamo usciti non so neanche a che ora, era buio in pratica. Per fortuna non erano calcoli, e infatti guardala qua, ora stai bene, vero mamma?, ma davvero, avessimo saputo che era una cosa così non ci saremmo neanche presi tutta sta faticata. E insomma, così.”
Gabriele si versa del tè nella tazza, ma non la tocca. La nonna sorseggia ancora la sua tazzina. Ha anche versato un fondo di caffè nella tazza degli zii (tutto ciò che era rimasto), me neanche loro le toccano. E Gabriele si gratta la nuca. “Finito?”
“Finito!” conferma lo zio.
“Oh, capito.” Sorride. “Non c’è problema, non preoccupatevi. Eravamo già in troppi così.”
“Be’, insomma?” gli fa la zia “Che ci racconti? Che avete fatto?”
L’amore. “Che vuoi che ti racconti? Abbiamo fatto, poi siamo andati a mangiare al Calandrino, e poi ognuno a casa sua.”
“E dai, non hai proprio nient’altro da dire? Almeno siete contenti?”
“Oh, sì” Gabriele si strofina con la mano la coscia. “Sì, siamo felici. Tanto.” E sorride, guardando il vuoto.
“Cari cuccioli!” La nonna congiunge le mani. “Mi hanno detto che è una ragazza tanto cara, la tua Felicia. Mi hanno detto, nome raro, tra l’altro, bel nome, da quant’è che non si usava?, sarà almeno dagli anni sessanta, mi ricordo io; comunque, stavo dicendo, mi hanno detto che anni fa andava a far volontariato tutte le estati, con quelli là, i despossenti della Nostra Famiglia, hai presente, no?”
Gabriele annuisce. “L’ha fatto fino l’anno scorso.”
“Che ragazza cara, bisogna essere proprio santi per fare cose del genere.”
“Oh sì, persona squisita.” dice la zia “Mi ricordo la prima volta che l’ho vista, quando lavorava dal fioraio, anni fa, non so neanche più quanto, ma non molto, no, forse vi conoscevate già. Subito una bella impressione, mi ha fatto, subito. È una bella ragazza, poco da dire.”
“Eh sì, vero?” dice la nonna “Con ‘sti due pomelli rossi anche d’estate, sembra di porcellana.”
“Ed è anche gentile!” la zia accavalla le gambe “Avevamo anche fatto amicizia, perché andavo spesso là, no?, e parlavamo e cose così, e insomma avevamo fatto amicizia, e a natale mi ha regalato un mazzetto di calle, pagate di tasca sua, pensa un po’, così, a una cliente. Non che sia una persona perfetta, eh, per carità.”
“Eh, nessuno è perfetto, certo, certo.”
“Eh già!” ride lo zio “In fondo, o sono belle, o sono intelligenti, o sono buone, vero, Gabriele?” e gli fa l’occhiolino. Ma Gabriele lo fissa senza rispondere: non si risponde alle idiozie.
“E lei non è certo una cima, è brutto ma diciamocelo.” fa la zia “Mi hanno raccontato che le ci sono voluti tre anni per dare l’esame di stato, poretta.” E certo, tra il voto dell’esame di stato e l’intelligenza c’è correlazione diretta… “E poi subito a lavorare, ovviamente, che non è che avesse tante altre strade.”
“Ma sì, vabbe’.” dice la nonna “Ci son cose più importanti, no?”
“Sì sì, senza dubbio, ripeto, ragazza squisita, l’ho già detto, no? Certo per arrivare dov’è arrivata, insomma, insomma, ragazzi.” E si passa la mano tra i capelli. “Era piuttosto scatenata fino a qualche anno fa, ho sentito dire. Chissà quanti ragazzi ha cambiato, come calzini, uno a mese, mi hanno detto.” Ah, qui ci si cambia i calzini una volta al mese, dunque… “Ma sì, una facile, era, era eh, una che ti apre le gambe alla prima occhiata. Così mi hanno detto, almeno, proprio così, testuali parole. Sto esagerando?”
Lo zio incrocia le braccia. “Una ragazza allegra, eh. Chissà con che faccia l’hanno fatta entrare in chiesa.”
E la nonna “Veramente…”
“… non ci siamo sposati in chiesa.” Completa Gabriele.
Lo zio si mette le mani tra i capelli, e scuote la testa.  “Non durerà così, mi spiace ma non durerà, o no, forse, guarda, è un bene. È un anticristo, quella, un anticristo, ti corrompe. E che schifo, scusa eh, ma davvero…”
Quanta santità…
“Ma amore, non fare così tesoro.” La nonna appoggia la tazzina sul tavolo (è finita, finalmente) “Si sposeranno in chiesa prima o poi, no?” e fissa Gabriele, che la guarda basito. Ma che dice?
“Ma spero proprio di no.” La zia ruota l’anello attorno all’anulare. “Cara ragazza, ripeto, ma insomma, ci sono cose che non ci stanno assieme. Poi vabbe’, oh, ognuno decide per sé. Mi pare solo un po’ triste una che ne ha visti tanti, mi capite.” La santa, chissà come viveva lei da giovane! “Ma per il resto è una ragazza d’oro, davvero. E poi, si sta parlando del passato, dubito sia ancora così, no?”
“No, Gabriele?” insiste lo zio.
Ma Gabriele se ne sta a braccia conserte, e non risponde, mentre un altro brivido lo percorre, scendendogli per le braccia.
“Che c’è, caro?” gli fa la nonna “Sei arrabbiato?”
Si passa il labbro inferiore sugli incisivi. “No, no. Non è così, lei, non preoccupatevi.”
“Mh, forse ho un po’ esagerato.” riprende la zia, e Gabriele si mette l’unghia del pollice tra i denti “Non dico di dare per vero tutto, eh, ma così, pensaci. Nel rapporto tra due persone, dico, ci sono comunque cose più importanti di queste, no?”
“Per esempio,” e lo zio continua con gli occhiolini idioti “è ricca?”
“Ma no, non intendevo questo, no? E poi, a che serve la famiglia ricca? Tanto, e scusatemi, ma…” lancia una lunga occhiata alla nonna “i suoceri, si tengono tutto, e buonanotte.”
E l’aria diventa di colpo una melassa. La nonna raddrizza la schiena, e lo zio si sporge in avanti, le mani sulle ginocchia. “Che sottintendi, scusa?”
La zia lo fissa accigliata. “E che ho detto? Niente, non intendo niente, ti pare?”
“Ah no? Perché mi pareva stessi intendendo qualcosa su mia madre.”
“Su di me?” La nonna si riavvia la gonna con qualche manata. “Ah, su di me non può dire proprio niente, quella lì.”
Gabriele stringe il bracciolo della poltrona. Il brivido ora gli agita lo stomaco, gli fa pulsare le cosce.
“Sai quanto gli devi ancora, eh?” lo zio punta il dito verso la nonna, e fissa la zia.
“Cin-que-cen-to li-re!” La nonna divide ogni sillaba con l’indice.
“Ah, un caffè.” Sorride la zia.
“Non prendere in giro mia madre! Devi sciacquarti la bocca a parlare con lei. Cinquanta euro ti ha imprestato, per quelle creme sceme che dio sa a che ti serve da metter su quelle rughe là, guarda. Ti serviva? Eh? Ti mangi la crema a fine mese? E poi glieli devo ridare io, di tasca mia. E dove vado a prenderli, me lo dici?”
Gabriele batte i denti. Che schifo. Fa leva sui braccioli, e si alza lento. “Scusate, io me ne andrei anche.”
“No, tesoro, tu resti qui.” dice la nonna “Stiamo calmi, ora. Federico, calmo!”
“No, nonna, non preoccuparti, è che ho da fare.”
“Ma perché, ma no, stai qua.” Insiste anche la zia.
E lo zio si alza in piedi. “Ecco, ecco quello che sei capace di fare.”
“Chi, io?” anche la zia si alza.
“Porti ‘sti marasmi ovunque vai, ti fai sempre riconoscere.”
“Ah, io mi faccio riconoscere!”
La nonna batte con la mano sul tavolino. “Federico! Jenny! Zitti, fate scappare Gabri!”
“Donnaccia con la merda in testa, sei! Non c’hai niente là dentro, campo vuoto!”
“Sei solo un… un barbone! Senza di me saresti un barbone! La casa è mia, ti ricordo, è mia, capito?”
“Razza di puttana! Ti do un fracassone che guarda…!”
“Delinquente! Che fai? Mi spintoni? Ah, chiamo la polizia adesso, adesso vedi, non ti voglio più in casa mia, il carcere devi provare.”
“Ma va all’inferno, troia, con tutti gli uccelli che hai preso, credi che non lo sappia?”
“Sei uno stronzo, un figlio, guarda, maledetto il giorno che ti ho conosciuto!”
E la nonna sbatte i piedi. “Basta! Fede! Taci! Basta!” Tossisce.
E il brivido di Gabriele diventa di ghiaccio, gli gonfia la gola, diventa una tempesta di fulmini lungo la schiena.
“Basta! Basta!” La nonna ha un eccesso di tosse, si piega in due, e continua a tossire, in modo secco, con un sibilo.
“Mamma, che c’hai?” Si fa di colpo silenzio, Federico le dà dei colpetti sulla schiena, Gabriele rimane impalato a osservarli con le mani in tasca.
“Niente, sto bene, mi sono inciucata con la saliva.” E la nonna si abbandona nello schienale del divano, facendo ampi respiri.
“Ecco, ecco.” Lo zio lancia un’occhiata di brace alla zia, poi torna alla nonna. “Ora ti lasciamo tranquilla, eh. Non ti devi agitare, che poi la pressione ti va su e sai quel che ti succede, ecco, dobbiamo evitare.”
“Sì, sì, grazie. State tranquilli, per carità del cielo.”
La zia, infilandosi il cappotto, si avvicina a Gabriele. “Scusa, ecco, per il casino. Tuo zio è fuori di testa, porta problemi ovunque vada. Ma ora sistemiamo, eh.” e si scambiano un bacio sulla guancia.
“Sì, non preoccuparti. Ciao, zia.”
Anche lo zio, già rivestito, si avvicina. “Sì, guarda, una vergogna, lo so. Non diciamo altro, occhei?” Già. E si stringono la mano. “Ciao mamma, noi torniamo domani, eh. Mi raccomando le medicine e tutto il resto.”
“Sì.” fa la nonna “Ma voi, per cortesia, state tranquilli, ché mi fate stare sempre in pena…”
“Non preoccuparti, è tutto a posto. Gabriele, magari ci rivediamo più avanti, eh?” Passano tutti in corridoio, davanti alla porta. “Così, vedi un po’ tu. Ci vediamo con la tua signora, magari.”
“Possiamo andare a mangiare una pizza, no?” dice la zia.
“Ma che pizza e pizza, sta zitta.” E lo zio apre la porta e la spinge a forza fuori. “Oh là. Fila in macchina!” Si sentono grida inintelligibili farsi via via più fioche. Lo zio continua a guardare fuori, poi riporta la testa dentro. ”Oh, là, bene. Be’, va bene. Ci sentiamo, no?, casomai? Sì, bene. Ciao, eh. Ciao mamma.”
E Gabriele: “Sì, ciao. Ci sentiamo, ciao.”
E la nonna: “Ciao amore, guida piano.”
E lo zio: “Sì, bon, ciao.”
E Gabriele: “Ciao.”
E la nonna: “Ciao ciao.”
E lo zio: “Ciao.” E finalmente se ne va.
Gabriele sospira. “Vado via anch’io, nonna.”
La nonna lo fissa un attimo con le labbra dischiuse. “Perché? Ora possiamo stare più calmi. Vieni, ti preparo dell’altro tè.”
“No, davvero, non posso. Voglio vedere come sta Felicia, e ho pure lasciato il telefono in macchina, chissà se mi ha chiamato e non mi ha trovato che casino che ha fatto. E non mi piace lasciarla a casa da sola che sta male, guarda, è pure tardi.”
“Capito, però, aspetta qua un attimo che ti vado a prendere una cosa. Prima con Federico non potevo perché mi faceva casini, sai com’è, però, guarda, una cosa per te, eh, aspetta.” E se ne va verso le camere.
Gabriele intanto si rimette il cappotto, e poi prende a fare avanti e indietro a passo lento per il soggiorno, aspettando. Come rende sporchi gli uomini il tempo, l’abitudine. Gli hanno fatto schifo tutti, oggi, tutti. Anche la nonna, che se ne esce con quei commenti sul nonno, neanche morto lo perdona… Guardala com’è ridotta, se ne sta qui, circondata di oggettucoli di tutti i tipi, e non le importa altro. I suoi zii, poi… com’è possibile arrivare a tanto? Lui non si sarebbe mai comportato così. Lui ripensa ancora ogni giorno a tutte le cose belle che ha fatto con Felicia. Si ricorda la prima volta che lei, passeggiando, ha fatto scivolare inaspettata la mano nella sua, e, poco dopo, sotto quel muro con l’edera al parco, quando si sono baciati, prima titubanti, poi meglio. Si ricorda quel giorno che ha nevicato, quando lei voleva rimanere in casa, ma lui l’ha trascinata fuori a forza, e hanno passeggiato a braccetto, lei tutta schiacciata contro di lui per riscaldarsi, e quando poi gli ha detto quel “ti amo”, con tono così diverso dalle altre volte, più dolce, e gli occhi che dicevano che era proprio vero. E si ricorda anche della prima volta che hanno fatto l’amore,delle partite a racchettoni in spiaggia, del modo in cui lo guarda quando vuole che le regali quella gonnellina nuova, delle sere di inverno quando rimangono gli ultimi al ristorante,  delle parole sussurrate, delle confessioni, dei tocchi leggeri. Ma gli zii, forse, non hanno vissuto proprio niente. Perché continuano a starsi insieme due persone così, due persone che evidentemente non si amano? Capita di urlarsi contro, ma lui quelle cose non le avrebbe mai dette, non le avrebbe mai neppure potute pensare della sua Felicia, neppure nel peggior litigio. No, loro non si sarebbero mai ridotti così.
…ma poi lì, sulla parete accanto al caminetto, vede le foto. In bianco e nero, c’è una ragazza, sorridente, che avrà trent’anni, il volto squadrato, piccolo, senza una ruga, i capelli raccolti. Tiene la mano tra quelle di un uomo, lui un poco più grande, più alto, anche lui sorridente e giovane, con i capelli neri portati tutti all’indietro, e dei baffetti sottili. Forse si sono conosciuti da poco, paiono stare bene assieme, felici della reciproca presenza. Solo allora si rende conto che sono i nonni. Sotto ci sono anche gli zii, un collage di loro foto. Ecco, in una sono in riva al mare, su una panchina; la zia, i capelli al vento, è seduta sulle gambe dello zio, e lo abbraccia, e ha la testa premuta contro la sua. In un’altra sono in montagna, in una vallata d’autunno; lo zio ha un cappotto marrone, e ha il braccio intorno al collo della zia, che con la mano piccola prende il suo dito medio. Qui ci sono pure due foto particolari, devono essersele fatte a vicenda: si sono fotografati frontalmente, ognuno con la macchina fotografica in mano, entrambi giovani, sorridenti per quel gioco, e con un riflesso particolare negli occhi, chiari e acquosi.
E allora Gabriele sente il mostro dell’ansia che gli affonda gli artigli nel costato, e gli preme sul cuore.
Ma “Gabi!” torna la nonna. Deve reprimere.
“Son qui.” E la raggiunge.
“Gabi, vieni, guarda, prendi.” Gli porge una busta. “Se fossi potuta venire te l’avrei data lì sul momento, ma sai, allora te la do adesso, va bene? Contento?” Gabriele sospira, poi la prende, ma come la tocca la mano gli prende a tremare, quasi gli bruciano i polpastrelli a contatto con la carta ruvida. È chiaro cos’è. La apre: soldi. “È metà pensione. Volevo darti di più, ma poi tuo zio se ne accorge e me ne dice di tutti i colori. E poi, sai, le bollette, e ho fatto quest’ordine su quella roba lì per tivù, canale trentadue, hai presente, no?, e insomma credo bastino, usali per qualcosa che ti piace, che io non sapevo, e insomma, stammi contento, va bene?”
Un debito di ossigeno, avrebbe bisogno di ansimare, ma si trattiene, “Grazie nonna.” dice solo “Ora devo andare però.”
“Vai? Sì, sì, bisogna, è meglio, anche io, sai, devo finire la lavatrice, e, oddio!, tra un po’ c’è Tempesta d’Amore, ma insomma, va bene, vieni qui, bacetto.”
Gabriele si avvicina, e si lascia baciare la guancia, ma non ricambia, increspa solo le labbra, e non respira. “Magari torno la prossima settimana. Con Felicia, eh? Dài, vado. Ciao.” E apre la porta.
“Sì, ciao. Guida piano.”
“Sì. Ciao.”
“Ciao.”
“Ciao.” E mentre scende, la nonna chiude la porta.
Gabriele sale in macchina, e getta la busta sul sedile. Lascia andare ancora un lungo sospiro, appoggiando la testa al volante. Poi si rialza, accende e parte. È tardi. Il cielo è una coperta di piombo, e non si vede il tramonto, ma Gabriele riesce quasi a sentirne il sangue dietro le nuvole, e la luce sta calando ormai. Un qualche verme gli scava nello stomaco, negli intestini, lo sente. Ora è buio, deve accendere i fari, ma non bastano, è troppo buio, e l’ansia gli preme nei polmoni, non gli lascia respiro. Accelera, non c’è abbastanza tempo.
Ecco la casa. È sceso il buio tutt’attorno; solo dalla finestra del soggiorno esce la luce. Come? Non ha ancora chiuso, a quest’ora? Non si rende conto? Lascia la macchina in strada, salta fuori, corre alla porta e batte, batte, suona il campanello, con il fiatone. Sente i passi, ecco.
E lo apre lei. “Sei tornato?” La tempesta che aveva nel cuore si calma di colpo. Felicia ha un maglioncione troppo largo, con le maniche che le arrivano alle dita, e i capelli tutti disordinati, la frangia che quasi le tocca gli occhi. Si sta pulendo il naso tutto arrossato, con un fazzoletto sgualcito, stretto forte tra le due mani. Lo guarda, gli occhi gonfi. “Che c’è, tesoro?”
E Gabriele le salta al collo, e la stringe forte. “Non hai chiuso gli scuri, amore? È quasi notte.”

(Jesolo-Oderzo, 4-9 agosto 2015)

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