Analisi: Fight Night

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STRUTTURA

 È molto particolare la struttura di Fight Night, così particolare che, a prima vista, ci si potrebbe chiedere “ma l’autore usa tutti questi artifici solo per eccentricità, o ne ha realmente bisogno?”. Qualcuno potrebbe addirittura credere che non ci sia tecnica dietro questa disposizione del materiale narrativo. In realtà di tecnica ce n’è molta, e tutta puntata verso l’effetto che si vuole trasmettere; per rendersene conto, però, serve un po’ d’attenzione critica.

La trama è divisa in cinque parti.
Le prime due parti, lunghe circa 60 pagine l’una, presentano i due protagonisti Alessandro ed Ettore (di entrambi vediamo un incontro), e presentano diversi personaggi secondari, e ci danno un primo assaggio delle atmosfere del romanzo.
La terza parte, la più ampia, è lunga circa 200 pagine, ed è una sorta di “piccolo Ulysses”: descrive infatti le azioni di tutti i personaggi nel giorno dell’incontro, dall’alba fino a sera.
La quarta parte, di circa 70 pagine, descrive dettagliatamente l’incontro tra Alessandro ed Ettore.
L’ultima parte è lunga appena 5 paginette, e osserva i personaggi all’inizio del giorno successivo all’incontro.

Ognuna di queste cinque parti ha una sua struttura.
La prima parte, come ci si aspetta, prende come punto di vista Alessandro, e non lo molla un attimo.
Ci si aspetta allora, nella seconda parte, di trovare il punto di vista di Ettore. E invece no: Ettore appare relativamente poco, e tutti gli eventi sono filtrati dal punto di vista di Bobo; solo ogni tanto è interpolato un flusso di pensieri di Ettore, flusso di pensieri che però sembra più una lettera scritta direttamente al lettore (o un confessionale da Grande Fratello). 

Inizialmente non è facile comprendere il motivo di questa scelta, ma guardando il disegno complessivo i suoi meriti diventano evidenti. La prima parte, infatti, presenta Alessandro come un personaggio “eroico”: uno che vince contro le difficoltà della vita, uno che prende in mano la sua esistenza; uno che sicuramente ha delle debolezze emotive, debolezze emotive però che, come quelle di Achille, non fanno altro che far apparire più umano il personaggio, e lo fanno quindi entrare ancor più facilmente nelle grazie del lettore. 

Se Ettore fosse stato visto dal suo punto di vista sarebbe stato semplicemente uguale ad Alessandro: avremmo visto le sue difficoltà, avremmo capito i motivi delle sue scelte, e lo avremmo visto come un personaggio positivo. Guardandolo dal punto di vista di Bobo, invece, Ettore finisce per sembrarci null’altro che un criminale, un facinoroso, e il lettore subito lo identifica come “il Male”. 

I salti nel flusso di pensieri di Ettore non ce lo fanno sembrare più simpatico, ma anzi hanno l’effetto di creare un narratore inaffidabile: di sicuro non possiamo fidarci di Bobo, ma come possiamo fidarci di Ettore? Anzi, da come ci parla, sembra proprio che Ettore non pensi ad altro che a giustificarsi, e siamo pronti a scommettere che è Bobo quello sincero. 

Questa scelta di cambiare punto di vista si rivela ancor più importante in luce della terza parte, dove il lettore assiste ad un twist degno de Il Flauto Magico: Alessandro finisce per essere presentato via via come sempre più prevenuto nei confronti di Ettore, e se prima sembrava lui quello sfortunato che si è fatto da sé, qui è rappresentato decisamente come un “fortunatello”; ed Ettore, di contro, ci mostra sempre di più le sue debolezze, le sue emozioni, la sua “naiveté”, e si finisce per amarlo.
A proposito della struttura della terza parte: è divisa in 54 capitoletti che variano in lunghezza dalla decina di pagine alle due righe. A ogni nuovo capitoletto si sposta il fuoco su un personaggio diverso: ce ne sono più di una decina, alcuni dei quali fondamentali per seguire lo sviluppo della trama, altri invece sono “di contorno”. 

Il cambio di punto di vista assicura una grande varietà nella narrazione, ma alcuni personaggi mi sono sembrati superflui: probabilmente la trama poteva funzionare anche senza di loro, e mantenendo il focus su un minor numero di personaggi. Trucco comunque riesce a farci appassionare ai suoi personaggi anche se si rimane per poco tempo in contatto con la loro “mente”, e questo grazie a una scelta sapiente di particolari come gesti e pensieri. Si potrebbe dire anzi che se il mantenere fisso un punto di vista per tutta una trama aiuta a farci comprendere meglio il personaggio e le sue emozioni, il cambiare punto di vista così come fa Trucco ci fa capire meglio le relazioni tra i personaggi e, in generale, quel che sta accadendo nella storia.

La quarta parte è probabilmente la migliore del libro: nonostante i protagonisti siano senza dubbio Alessandro ed Ettore, c’è un continuo saltare da un punto di vista all’altro (questa volta senza la divisione in capitoletti), e si osservano così tutti i personaggi visti fin’ora. Apparentemente questo continuo allontanarsi dall’incontro per poi riavvicinarsi dovrebbe ridurre la tensione, ma nella pratica funziona benissimo. Il motivo per cui funziona sta probabilmente nel tono “eroicomico” che permea tutto il libro. 
Da un lato, i commenti sui personaggi marginali che assistono all’incontro sono effettivamente comici; dall’altro, questo continuo salto di punto di vista ci fa capire come collegate a quell’incontro ci siano le vite di decine di persone, come ci sia un meccanismo universale che ha come motore quell’incontro: idea, questa, che fa davvero provare una “vertigine”.

La quinta parte continua con il salto di punto di vista, ma si limita ai personaggi principali. L’idea era chiaramente quella di dare un finale in calando, ma il tutto è fatto come un “flash” troppo breve: secondo me sarebbe stato meglio espanderlo un poco, prendendosela comoda.

Complessivamente, le varie scelte strutturali funzionano e comunicano la giusta emozione. Forse si sente un po’ troppo la “rottura” di struttura da una parte all’altra, e sarebbe stato meglio usare solo uno o due dei quattro tipi di struttura presentati; ma comunque, dal punto di vista strutturale, mi sento di dire che il romanzo è un successo.

 SCENE DEGNE DI NOTA

        Parte III, Capitolo 13: la visita di Ettore al maestro morente è una scena molto comunicativa ed è quella che fa iniziare il “twist” nella valutazione dei personaggi.

       Parte III, capitolo 19: capitolo estremamente retorico e a tratti affettato (Ettore che ha difficoltà a leggere forse è esagerato), ma davvero bello, pacato come un acquerello.

     Parte III, capitolo 20: curiosa (e malcelata) preghiera dell’autore a un qualche regista. È interessante notare come il capitolo si apra con una spiegazione sulla natura del metacinema, proprio dopo il capitolo 19, che aveva creato un gioco metaletterario.

     Parte III, capitolo 27: ottimo esempio della natura epica del libro.


        Parte IV: l’identificazione di Alessandro con l’Universo mostra potenti influenze dal libro Breve Storia di (quasi) Tutto: a un’occhiata distratta pare un passaggio retorico e tutto sommato inutile, messo lì solo per mostrare le proprie conoscenze, ma in realtà è scritto con una potenza sufficiente a trasmettere la “vertigine del sublime”, e fa comprendere l’importanza universale di quell’incontro, e di ogni minima attività umana.

 
TEMI

Si potrebbe parlare in modo più approfondito della trama senza rovinare l’esperienza di lettura, visto che al suo interno non ci sono eventi apocalittici, e il vero motore che spinge a leggere è la volontà di conoscere meglio i personaggi; ma proprio per questo non è utile parlarne ulteriormente. Ugualmente, sarebbe un peccato presentare i personaggi in modo più approfondito a coloro che il libro devono ancora leggerlo, visto che il bello è proprio scoprire pian piano i loro caratteri.
Si può spendere qualche parola, però, sui temi trattati dal romanzo, e sul suo tono generale.

La prima cosa da capire è che Fight Night è un romanzo eroicomico. Il tema dell’eroicità infatti è evidente sin dall’inizio: Alessandro ed Ettore hanno nomi di eroi classici, Ettore in particolare è figlio di un eroe moderno, e Alessandro stesso appare, nel prendere in mano la sua vita, un eroe. E naturalmente tutta l’essenza dello scontro fisico è pura “eroicità”: l’autore stesso dice che, a suo modo di vedere, ogni incontro è una piccola Iliade.

C’è però, dietro tutto questo, anche un’abbondantissima dose di comicità. Comicità evidente in quasi tutto il tono della narrazione, e anche in alcuni personaggi ed eventi. Non si tratta mai però di una comicità “isolata” e fine a sé stessa, e anzi, una delle cose più stupefacenti del libro sta proprio nel vedere come il comico è sempre a braccetto con il tragico, e a volte il tragico scaturisce proprio dal comico stesso. Un esempio è nell’ultimo incontro: anche nei momenti che sembrano meno adatti s’infila qua e là una battuta tagliente, battuta che però non fa diminuire la tensione, ma anzi, per contrasto, fa sentire più forte la tragicità e l’epicità che seguiranno. 

Eloquentissimo il fatto che l’ultimo colpo dell’incontro sia un pugno nelle gonadi: è un qualcosa di comico, ma proprio da questa comicità sarà originato il colpo più tragico del libro. E poi si potrebbero fare ancora molti altri esempi, come il personaggio di Flavio, che ha un modo di comportarsi inadeguato e confusionario dall’inizio alla fine del libro, e che per questo risulta comico; ma si tratta comunque di un atteggiamento comico nato dalla condizione più tragica.
Collegato sia al tema dell’eroicità sia a quello della comicità c’è il tema della bellezza. Sia Alessandro sia Ettore sono bellissimi (“come i vampiri di Twilight”, ci tiene a specificare l’autore), com’è normale per tutti gli eroi classici, dove l’aspetto esteriore era anche riflesso della grandezza interiore; e belli sono pure moltissimi dei personaggi che li circondano. Vediamo, a tal proposito, una citazione di pagina 32:

“I belli si scelgono fra di loro e gli altri si accontentano di quel che resta; questa è la legge.”

Frase che istiga al suicidio, ma frase totemica perché in essa c’è sia l’aspetto eroico sia quello comico. C’è l’aspetto eroico perché ha il gusto della predestinazione, e perché pone la bellezza come un “grande attrattore” in grado di attirare il favore delle masse (e in effetti il carisma fisico ha sempre avuto la sua parte nella Storia). E c’è l’aspetto comico perché da lì a poco Alessandro si renderà conto di quanto la sua bellezza sia fuori luogo sul ring, e di come non gli servirà a difendersi dalle martellate che gli arriveranno sul naso.

Nel libro, comunque, non ci si trova mai davanti a una approfondita analisi del tema della bellezza: se ne parla un poco, si fa notare come la bellezza possa rendere tutto più facile, si evidenzia come comunque in certi contesti della bellezza non ci fai niente; ma non ci si deve aspettare un’analisi estetica al livello dei film di Sorrentino. È insomma un tema “di contorno”, collegato ai temi principali dell’eroico e dello scontro fisico, ma non tema centrale a sua volta.

Stessa cosa si può dire del tema politico: Alessandro è di Sinistra ed Ettore è di Destra, e l’incontro tra i due si risolve in una rissa tra fazioni estremiste. Non bisogna però credere che Fight Night sia un libro politicamente impegnato e chiaro nelle sue posizioni: si parla di una Destra e di una Sinistra semplificate, e lo scontro politico è piuttosto “artificiale”.
Altra cosa interessante da notare è l’insieme dei media presenti nel testo. 
Abbiamo dei manifesti pubblicitari. Abbiamo un regista e un appassionato di cinema. Abbiamo due giornalisti. Abbiamo internet. Abbiamo i libri. 
Non si tratta di un tema così evidente come gli altri: se gli altri sono tutti piuttosto evidenti, la questione “media” tende a scorrere non vista sotto gli occhi. I personaggi che si occupano di questi media, però, sono un ottimo spunto di riflessione.

Ultimo tema, è una questione che permea un po’ tutto il romanzo, cioè il ruolo dell’uomo (inteso proprio come “maschio”) nella società, e il suo rapporto con l’altro sesso. I due protagonisti sono due maschi, e i personaggi femminili agiscono per lo più in relazione ai personaggi maschili. I genitori con un ruolo importante sono i padri (i padri dei protagonisti, entrambi morti), mentre le madri hanno quasi sempre un ruolo marginale. Si può dire poi che c’è un femminicidio, e che il tema stesso della lotta è, nel nostro immaginario, qualcosa di assolutamente virile.

 STILE

Diciamolo subito: Fight Night è scritto bene; non dannatamente bene, ma è un testo che, dal punto di vista tecnico, è ampiamente sopra la media. Ci sono però, effettivamente, alcune ambiguità e alcuni difetti, e ne risulta una scrittura la cui natura non è sempre così facile da capire. Vediamo dunque di seguito alcuni aspetti della scrittura del divo Trucco.

INSICUREZZA

Il più grande difetto dello stile di Trucco fa capolino di rado, ma quando lo fa, non passa inosservato: è l’insicurezza. Questa insicurezza ha diversi modi di manifestarsi: spesso si tratta di una specificazione inutile, altre volte è una giustificazione non richiesta, ma il suo effetto è sempre quello di spezzare l’emozione della scena in corso. Vediamo per esempio pagina 68:

”Cioè, mettono pure degli annunci, così, come niente fosse, con la polizia lì?!?” domandò Alessia, incredula.”

Non era forse evidente che era incredula?
Ancora, saltiamo a pagina 324:

“La ragazzina rosa emise un piccolo urlo strozzato, coprendosi la bocca con le mani. Vanessa cominciava a trovarlo leggermente  esasperante: perché tutti si comportavano come in uno di quei vecchi film che piacevano tanto a Gianluigi?”

Qui si sente davvero l’autore che si giustifica per aver usato un atteggiamento stereotipato. In realtà il lettore non se ne sarebbe neanche accorto, se l’autore non glielo avesse evidenziato.
L’apice dell’insicurezza si trova poco più avanti, a pagina 338:

“Minoretti e Gianluigi, esperti di cinema…”

Ma se sono trecento pagine che sappiamo che sono esperti di cinema!
Sono pochi i casi di questo tipo, ma è comunque un peccato che ci siano.

LA FOCALIZZAZIONE

La difficoltà più grande che ho avuto, nell’analizzare Fight Night, è stato cercare di capire l’esatto tipo di narratore che si è usato, e se questa scelta sia stata volontaria o se piuttosto non sia il risultato della cattiva applicazione di un altro tipo di focalizzazione.
Iniziamo dicendo che tutta la narrazione ha un tono molto discorsivo ottenuto tramite un ampio uso di dislocazioni a destra e sinistra, spostamenti del proclitico e frasi scisse. Per esempio, a pagina 18:

“Non che prima non lo fosse, educato.”

E a pagina 22:

“L’illuminazione pubblica, da brava statale, non ci provava nemmeno, a spingere la notte un po’ più in là.”

E ancora a pagina 23:

“Sarebbe riuscito a tirare fuori la sua, di fierezza?”

Quando ci si trova di fronte a un tono di questo tipo il primo istinto è quello di dire che si tratta di una terza persona limitata, immersa profondamente nel personaggio che fa da punto di vista. Ad avallare questa idea c’è il fatto che, nella maggior parte delle scene, si riportano solo i pensieri e le sensazioni di un singolo personaggio.
Leggendo, però, si notano diverse caratteristiche che negano quanto ipotizzato. Ogni tanto, per esempio, si nota una “perdita di fuoco”, e si afferma qualcosa che il personaggio che sembrava fare da punto di vista non può sapere. Ci sono poi ampie parti espositive (come il passato di Alessandro nella prima parte) che, fossero pensieri del personaggio punto di vista, sarebbero innaturali, e la sensazione quindi è quella che sia un narratore extradiegetico a parlare. In certi punti, poi, c’è addirittura un evidentissimo cambio di fuoco, come a pagina 288:

“Essere ucciso in chiesa sarebbe stato il massimo. Si tirò su a fatica, improvvisamente stanco. I vestiti bagnati gli davano fastidio. Dai, è il momento. Facciamola finita.
Flavio avanzava barcollando verso di lui [Ettore] quando Carolina gli si piazzò davanti.
“Cosa cechi qui, escremento di Satana?”
Flavio gorgogliò qualcosa, un rumore animalesco. Cercava di mettere a fuoco la cosa rosa che gli stava davanti, incerto.”

Prima della battuta diretta la focalizzazione è su Ettore: si può facilmente ipotizzare che sia sua la voce, e siano suoi quei pensieri. Subito dopo, però, il fuoco si sposta su Flavio: solo entrando nella sua testa possiamo sapere cosa sta cercando di fare, e che è incerto (il “gorgogliare qualcosa” però è, ipoteticamente, ancora una visione esterna a Flavio). Ci sono anche altri esempi di questo tipo, come a pagina 175 (piuttosto evidente, questo), che però non cito.

Ci sono naturalmente diverse possibilità di difesa. Per esempio, possiamo ipotizzare che il punto di vista in realtà sia sempre Ettore, il quale capisce che Flavio cerca di mettere a fuoco Carolina dalla sua mimica (stringe gli occhi?). L’impressione però non è questa, in quanto il chiamare Carolina “cosa rosa” anziché col suo nome dà appunto l’impressione che il fuoco si sia spostato su Flavio. Probabilmente l’autore aveva in realtà immaginato il fuoco sempre su Ettore, il quale però immagina che Flavio pensi a Carolina in quel modo. 
La cosa può essere accettata in quanto è effettivamente cosa normale per noi cercare di capire cosa pensano gli altri; dal punto di vista, tecnico, però, diventa impossibile distinguere “il personaggio X che immagina come ragiona Y” dal “passaggio di fuoco da X a Y”, e in un caso come questo il lettore, dovendo scegliere come guardare la cosa, più probabilmente percepirà un cambio di prospettiva.

Faccio notare un altro dei problemi che mettono in dubbio sulla natura della focalizzazione: quelli che sembrano pensieri (“Dai, è il momento. Facciamola finita.”) non sono in corsivo, nonostante, di tanto in tanto, queste parti “pensate” il corsivo lo abbiano. Si può ipotizzare un uso contemporaneo di terza persona immersa profondamente E lievemente, quindi con una parte di pensieri espliciti (in corsivo) e una parte impliciti (cioè inglobati nella narrazione), ma sarebbe comunque qualcosa di anormale e preferibilmente evitabile. A volte, senza il corsivo, si passa addirittura alla prima persona, come a pagina 94:

“Immaginò una famiglia, un uomo e una donna, con dei bambini e due macchine e un conto in banca e un abbonamento a Sky e dei nonni ancora in gamba e magari un cane che nessuno si sarebbe mai sognato di far morire per divertire delle bestie… Alessia, Alessia, cosa ho fatto per meritarti?”

È una cosa così strana che penso si tratti di un problema relativo alla preparazione grafica del testo, e non qualcosa di volontario.
Sarebbe molto facile, ora, risolvere la questione con un commento del tipo “ci sono problemi tecnici: si capisce che l’autore tenta di tenere fisso il punto di vista ma finisce per perdere di continuo la focalizzazione”. Sarebbe però anche ingiusto: sarebbe un giudizio espresso sulla base della volontà dell’autore (che è inconoscibile), e non sulla base dell’effetto degli stilemi concretamente usati.
L’effetto che dà questo tipo di scrittura è infatti quella di un narratore che è onnisciente ma emotivamente coinvolto. Se la maggior parte delle volte questo narratore se ne sta zitto zitto sulla spalla di un personaggio, e si limita a ciò che il personaggio pensa e percepisce, altre volte commenta e inserirsi nella narrazione, magari per inserire un tocco di comicità. In realtà non si tratta di interventi veri e proprio, quanto piccole parti ambigue che, non potendo dire con assoluta certezza se si tratta di un pensiero del personaggio o di un commento di un narratore esterno, per la struttura generica della narrazione viene istintivo pensare che si tratti, appunto, di un intervento del narratore. Un buon esempio può essere quello a pagina 47:

“Tutti ridevano e gli davano del frocio (senza offesa, Gabriele) – e non doveva succedere.”

Posto che Gabriele è un kickboxer omosessuale, è possibile ipotizzare che quel commento tra parentesi sia di Alessandro (che ci ha parlato poche pagine prima); ma il fatto che quel commento si ricolleghi a una parte in terza persona, unito al fatto che quel commento non è in corsivo, dà l’impressione che sia un narratore a inserirlo.
Stesso discorso si può fare per l’uso delle interiezioni, come a pagina 166:

“Ma ecco che – miracolo! – un lampo e un tuono dissolvono per un attimo lo spettacolo di morte.”

Per quanto rimanga l’ambiguità, l’impressione è che sia un narratore a inserirle.
Si ha l’impressione che sia ancora il narratore, poi, a fare certi blocchi di domande retoriche, come quello a pagina 11:

“E tu vai a rischiare la vita vestito da metallaro? Fai del vintage? Non ti piace nemmeno, il metal! Cos’è, vuoi mandare un messaggio? Che trent’anni fa saresti stato uno con le palle? Quanto c’hai messo oggi a scegliere il colore della felpa col cappuccio? Ti rendi conto che eri già uscito con la felpa grigia e poi sei tornato indietro a cambiartela con quella rosso ruggine mentre gli altri ti aspettavano giù? Cioè, accosti i colori? Ti credi serio? E le All Star? Te le stai andando a cercare, abbi il coraggio di ammetterlo. Non sei altro che un fighetto del cazzo, questa è la verità. Stasera verrai punito, duramente.”

Vale lo stesso discorso fatto con le domande retoriche nel Deserto dei Tartari: per quanto sia il personaggio che si fa quelle domande, il sistema complessivo della narrazione le fa percepire come se fosse il narratore che parla col personaggio.
E  non può che essere un narratore a fare un commento come quello a pagina 24:

“Più entusiasmo, mio eroe! Con questi la sconfitta è impossibile!” Vanessa Berardi parlava sempre col punto esclamativo.”

Il dire che il personaggio “parla sempre col punto esclamativo” in una frase dove il punto esclamativo è graficamente usato sfrutta la funzione metalinguistica della lingua, cosa che solo un narratore extradiegetico sovrapposto all’autore può fare all’interno dell’opera. Naturalmente anche qui si può ipotizzare una coincidenza: Alessandro ha pensato “questa parla sempre col punto esclamativo” proprio quando la trascrizione lo usa; ma questa coincidenza causa un effetto per il quale, istintivamente, il lettore percepisce più la presenza del narratore che la voce del personaggio.

I DIALOGHI

I dialoghi di Fight Night sono “puri” come quelli di Hemingway: spesso battute brevi, inanellate una dopo l’altra, senza interruzioni create dalle istanze di enunciazione o dalle azioni dei personaggi. La struttura, spesso, è quella del “domanda e risposta (e puoi rispondere con un’altra domanda)”, come nell’esempio a pagina 31:

“Allora, qualcosa che non va?”
“Si vede?”
“Un po’. Allora, ti do fastidio?”
“No. Un volta sì – da pischello. Avevo dei… problemi. Ora credo di essere cresciuto.”
“Non mi dire. Il famoso passaggio da maschio a uomo di cui ho tanto sentito parlare ma che non ho visto quasi mai?”
“Qualcosa del genere. Cerco di rispettare tutti e non giudicare. Puoi crederci o no. E poi qui siamo messi alla prova alla pari, sul ring conta solo quanto valiamo veramente e non quel che pensa di noi il pubblico. Sbaglio, o quando combatti hai tutti contro?”
“Esatto, dato che non faccio niente per nascondermi. Vedi che capisci?”
“La pensiamo allo stesso modo, no? Io ho paura di fare una figura di merda, scoprire che non ho le palle per queste cose, tutti ridono e mi danno del… del…”
“…finocchio, appunto. Vedi che lo sai perché combatti?”
“Come me la sto cavando?”
“Meglio della media, anche se si sente un po’ il rumore delle unghie sul vetro. La ragazza ce l’hai?”
“No. Forse no. Non lo so. Abbiamo litigato…”
“Lei non approva, vero?”
“No, per niente…”

Le battute sono 14, i punti interrogativi sono 11. Si tratta di un caso estremo che mostra tutte le caratteristiche dei dialoghi del libro in un sol colpo e all’ennesima potenza. Si potrebbe ipotizzare che uno stile dialogico di questo tipo, che sembra quasi un testo teatrale, finisca per essere statico e lento, finisca insomma per non avere l’energia che hanno quei dialoghi fatti di risposte affermative (e spesso esclamative) inframmezzati con eloquentissimi gesti. In realtà non è così: i dialoghi di Fight Night funzionano bene, anche perché Trucco dimostra di sapere quando è il momento di usare determinati stilemi e quando farne a meno. Un ottimo esempio è il dialogo alle pagine 106-107: inizia così:

“Un’altra di quelle merde, Ettore?”
“No, Bobo è un amico vero… mi ha accompagnato lui qui…”
“Me lo ha chiesto Ettore, non potevo tirarmi indietro” disse Bobo.
“Quindi non sei uno della ghenga di Flavio?”
“No, Flavio mi fa schifo al cazzo.”
“Gliel’ho chiesto proprio perché non avevo voglia di venire su con quelli…”
Il maestro scoprì i denti in una specie di sorriso che parve quasi fargli male.
“Non sei nemmeno un tifoso?”
“Lo ero, sto cercando di smettere.”

Qui c’è ancora lo schema domanda-e-risposta: in sette battute, tre domande. Subito dopo però il dialogo si trasforma, si fa completamente affermativo, con una parte che spiega e l’altra che subisce. Eccone un pezzo:

Il Maestro lo prese per un braccio e lo portò verso la porta dello stanzone, parlando a bassa voce.
“Flavio era un mio amico, fino a non molto tempo fa. Ora mi fa vergognare di essere un fascista – non sul serio, ma insomma, mi rode parecchio che QUELLOpossa stare dalla mia parte.”
“D’accordo al cento per cento.”
“Quello che ha fatto a Ettore è squallido, e non parlo solo di stasera.”
“L’ho sempre pensato.”
“La madre di Ettore l’ha sbattuto fuori di casa.”
“Questo non lo sapevo, ultimamente c’eravamo un po’ persi – però mi fa piacere…”
“E ora lui sa qualcosa su Ettore e lo ricatta.”
“Mhmm…”
“Uno stupro. Ma Ettore mi ha detto di non averlo fatto e io gli credo. Voglio salvare quel ragazzo, può avere un grande futuro – se stanotte non me lo rovinano… Poi, un giorno, forse…”

L’effetto è quello della “soffiata” da film giallo, e si adatta perfettamente alla scena in questione. Pure, l’assenza di azioni tra battuta e battuta non disturba affatto: il dialogo scorre bene, si passa di battuta in battuta, e non si sente mai il bisogno di qualche informazione visiva in più.

SCENA ED ESPOSIZIONE

In Fight Night lo spazio occupato dall’esposizione è almeno tanto quanto quello occupato dalla scena. Considerando che il testo alterna di continuo la narrazione di eventi con pensieri del personaggio o commenti del narratore, è normale. In genere, però, pensieri e narrazione finiscono per amalgamarsi e alternarsi in modo costante, mentre in Fight Night, ogni tanto, si formano dei blocchi di narrazione e dei blocchi di pensiero o commento.

In genere, comunque, il tono particolare della scrittura di Trucco fa scorrere le pagine sotto gli occhi senza difficoltà. Ci sono scene ben descritte (il primo incontro di Alessandro, così come l’incontro finale, sono ottimi), altre meno (l’incontro clandestino di Ettore è abbastanza fumoso), ma in genere il livello è molto buono. Certe parti espositive, pure, sono interessantissime: anche quando il narratore riassume il passato dei personaggi, riesce comunque a farlo con una sua voce, e ciò spinge a continuare la lettura.
Anche l’uso del “telling” è interessante: molto spesso Trucco lo usa per creare delle frasi “ad effetto” che, per la loro natura lapidaria, colpiscono più della descrizione della scena. Un ottimo esempio è a pagina 176:

“[…]ho sbagliato tutto e lei… una telefonata per avere un aiuto, qualcuno che la capisca e trova… trova me… la signora… la cretina… ora si è uccisa… colpa mia, tutta colpa mia… la cretina…”
Crisi di pianto.”

Non solo si evita accuratamente di descrivere i singhiozzi e le lacrime in mezzo al dialogo (sostituiti da una tempesta di puntini), ma anche dopo il tutto è limitato al lapidario “crisi di pianto”. Eppure quel “crisi di pianto” colpisce molto duro, probabilmente più duro della concreta descrizione della crisi.

STRUTTURE

Anche le parti narrative hanno, al loro interno, delle strutture curiose o comunque delle trovate retoriche intelligenti. Qui ne segnalo solo due. La prima consiste nell’interpolare, in un flusso di pensieri, delle azioni tra parentesi. Si trova tra pagina 84 e 85:

“E intanto sua madre, in silenzio, lo guardava come si guarda una macchia d’unto sul divano.
(All’improvviso il metal si ferma. Un “aaahhh” di sollievo sorge spontaneo da cento bocche. Sembra perfino che faccia più caldo. Ora si può parlare da persone civili.)
In più l’amicizia con Ettore s’era guastata. Non gli era andata giù. Li avevano arrestati insieme, ma a Ettore era bastato sorridere per essere rilasciato con tante scuse. Lui no.
(Passano accanto a Flavio che fa campagna elettorale con dei tizi dall’aria scettica:
“C’è una città che aspetta solo un padrone, una città in crisi, indifesa, in mano ai negri e ai comunisti, una città che aspetta solo qualcuno con le palle che si faccia avanti e dica ‘basta’. Ho deciso di scendere in campo, costi quel che costi. Io, lo dico in tutta sincerità, posso farlo, ‘yes I can’ – e se mi appoggiate…”
Bobo se lo immagina morto e appeso per i piedi al Bigo del Porto antico, fradicio di sangue, la pancia scoperta e le braccia penzoloni, mentre una folla festante di genovesi, extracomunitari e turisti lo immortala con i telefonini.)”

E l’alternarsi di pensieri e scene tra parentesi continua. La parentesi ha un effetto particolare: di norma riduce l’attenzione su quel che contiene; qui, non potendosi ignorare parti così ampie, aiuta a tenere i fili del flusso di pensieri, e fa sentire quelle azioni “distanti”, come se il rumore dei pensieri di Bobo impedisse di badarci troppo. È un buon effetto.

Seconda struttura interessante è a pagina 225, e consiste in un continuo salto tra il ricordo e la realtà:

Le case aperte e vuote. Lo scheletro di un letto. Sulla parete di una cucina macchie che potrebbero essere sangue. La vecchia macchina arrugginita Le suonerie dei telefonini. Le evoluzioni di uno stormo in cielo. Le voci dei ragazzi e delle ragazze che si cercavano e provocavano. Solo lei doveva restare sola? I martiri della Resistenza.
Le persiane vibrano per il vento. Sente la voce meschina di suo padre che si preoccupa dei vasi.
Poi all’improvviso un grido. La povera Giada ha trovato un pozzo. Dice che in fondo c’è un gattino. Lo sente solo lei. Tutti ridono di lei, come sempre. La povera Giada non è bella, non è intelligente, non è simpatica – è a malapena viva. Persino Carolina, che la difende, la trova mortalmente noiosa. Ettore non la prende in giro, se non quando Bobo ce lo trascina. Ettore è migliore di tutti gli altri. C’è un gattino, dice la povera Giada, ve lo giuro. Lo sento. Tutti ridono. Lo sento anch’io, dice Ettore. Tutti tacciono.
Fuori, Gasp miagola spaventato. Gratta la porta perché lei lo lasci entrare. Muori, bestia.

Citazione questa che mostra pure bene come sia vario lo stile di scrittura di Trucco: come non essere trascinati dal vortice di quelle frasi nominali? Questa serie di flash, in parte dal passato, in parte dal presente, crea un bell’effetto, ha un gusto “moderno”, e trasmette perfettamente il flusso di ricordi e sensazioni.

LA STRAMBERIA

Almeno due volte, l’autore utilizza segni che non sono parole: c’è infatti un“WTF”, e, a pagina 190, si legge “Flavio Sinatra (!)”.

 
CONCLUSIONI

Fight Night è sicuramente un ottimo esordio e un romanzo abbondantemente sufficiente (nella mia classifica personale gli ho dato un sette). Si tratta di una lettura obbligata per gli appassionati di sport da combattimento: in questo campo, non conosco altri libri che possano tenergli testa. Gli altri lettori, comunque, ci riflettano: è un libro ben scritto, appassionante anche per chi non si interessa allo sport. Alcuni però (tra cui ci sono pure io) potrebbero trovare certe atmosfere “soffocanti”, e potrebbero avere qualche problema a mantenere l’entusiasmo attraverso le prime due parti. Nella terza parte, però, il vero motore del libro inizia a girare, motore che non è lo sport, ma l’umanità dei personaggi, uno più bello dell’altro, e le loro reazioni davanti a quell’ingegnoso meccanismo d’eventi che l’autore è riuscito ad assemblare. Merita una opportunità.

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